Pur premettendo che ogni caso ha la sua risposta si può affermare, in linea generale, fare le seguenti riflessioni.

Ciò con l’intento di orientare, almeno in prima battuta il lettore.

La possibilità di richiedere con successo un risarcimento non può prescindere dal corretto assolvimento dell’onere della prova da pare del danneggiato il quale deve dimostrare la sussistenza di una situazione  di pericolo basata su due requisiti specifici: l’uno soggettivo, l’imprevedibilità, l’altro oggettivo, l’inevitabilità. In pratica deve trattarsi di insidia o trabocchetto, ovvero di un pericolo occulto non prevedibile con l’ordinaria diligenza.
La prevedibilità consisterebbe in una serie di elementi di fatto, che farebbero rappresentare nella mente del soggetto impegnato nell’azione la rappresentazione di un possibile imminente pericolo suggerendo così di procedere con grande prudenza ed attenzione.
Per quanto concerne l’elemento della inevitabilità esso si aggancia alla visibilità. Sul punto si ritiene non essere sufficiente l’accertamento dell’astratta possibilità meccanica di una tempestiva percezione del pericolo, dovendosi considerare che lo stato soggettivo, in cui legittimamente versa il soggetto coinvolto, può incidere in misura determinante su tale elemento obiettivo, ritardando il momento dell’avvistamento.
I predetti requisiti, influenzandosi reciprocamente, devono concorrere in stretta connessione all’accertamento della figura che viene generalmente definita insidia stradale.
Il danneggiato dovrà dare prova dell’anomalia del bene (strada e perciò manto stradale) mentre l’amministrazione dovrà dimostrare i fatti impeditivi della propria responsabilità, quali la possibilità in cui l’utente si sia trovato di percepire o prevedere con l’ordinaria diligenza la suddetta anomalia o l’impossibilità di rimuovere, adottando tutte le misure idonee, la situazione di pericolo. E sotto questo profilo, prenderà grado in punto di addebito della colpa, il non aver vigilato ed essersi tempestivamente attivata per il ripristino della situazione di pericolo.

Rimedi contro il rifiuto, o la non corretta gestione, del diritto di visita del genitore non affidatario.

Spesso mi viene domandato se il genitore non affidatario (di solito il padre) abbia un vero proprio obbligo di ottemperare al diritto di visita stabilito in sede di separazione o di divorzio e cosa succeda qualora egli lo violi.
Occorre premettere che, durante la separazione, le regole impartite ai genitori per rapportarsi in futuro con i figli privilegiano senz’altro l’interesse morale e materiale della prole, e quelle situazioni che appaiono idonee a ridurre al massimo le conseguenze (spesso traumatiche) derivanti dalla disgregazione della famiglia. Regole improntate ad assicurare il migliore sviluppo della personalità dei figli.
Ciò detto, grava su entrambi i genitori il “diritto-dovere” di mantenere, istruire ed educare i figli, il quale a sua volta viene individuato nell’art. 30, comma primo costituzione ed inserito, dall’art. 147 c.c., fra gli effetti del matrimonio.
Orbene, perciò, l’esercizio del diritto di visita del genitore non affidatario, non è solo una semplice facoltà (come a volte pare venga interpretata), bensì un vero e proprio dovere, da svolgere nell’interesse dei figli, al fine di garantire il rapporto tra essi ed i genitori fisicamente meno presenti.
Cosa capita, quindi, quando genitore non affidatario rifiuta, omette, trascura di esercitare correttamente diritto di visita? Intendendosi con ciò anche quelle situazioni in cui vengono gravemente violati gli orari di prelievo e di consegna, oppure le giornate, non vengono rispettati i programmi stabiliti nelle condizioni di separazione.
Purtroppo non ci sono rimedi giudiziari che possano – in modo semplice – obbligare materialmente il coniuge “trasandato” (tecnicamente “inadempiente” sotto il profilo giuridico) a rispettare il suo obbligo di visita. Appare astrattamente percorribile la strada prevista dall’articolo 612 c.p.c. (esecuzione forzata degli obblighi di fare) ma ciò pare molto più semplice a dirsi che a farsi, poiché far eseguire al genitore inottemperante un suo obbligo di visita, a mezzo ufficiale giudiziario, quando c’è in ballo la vita di un bambino, provoca verosimilmente molti più danni che vantaggi.
Al genitore affidatario quindi non resterà che “rassegnarsi” con la consapevolezza che azioni giudiziarie dirette ad obbligare l’ex coniuge assenteista a rispettare i tempi e orari di visita, si ripercuoteranno più sui minori, che su altri, con scarsi risultati apprezzabili…
Sotto l’altro profilo delle conseguenze, invece, si può segnalare che il mancato esercizio può comportare la decadenza dalla potestà parentale, ai sensi dell’art. 330 c.c., e integrare gli estremi del reato di cui all’art. 570 c.p.
Inoltre, il mancato adempimento può comportare una responsabilità nei confronti dei figli, e poi dare luogo anche ad una responsabilità nei confronti del coniuge affidatario.
Come sempre accade, ai fini risarcitori, il danno deve essere provato; occorre perciò l’esistenza di un danno (per esempio nella lesione della sua serenità personale, o in un pregiudizio

Se cadi sul ghiaccio o sulla neve (ma il concetto è applicabile in linea generale ad ogni incidente dovuto ad insidia presente sul percorso) occorre indagare se vi possa essere responsabilità del custode ai sensi dell’art. 2051 del codice civile. Sia che si tratti di privati (e quindi anche condomini, oppure negozi) si di enti pubblici, sussiste l’onere di predisporre tutti gli accorgimenti possibili per evitare che il bene (marciapiede, strada, portico etc.) costituisca un pericolo per la collettività e, quindi, per chi vi transita.
La colpa del custode si presume, vale a dire: non è il danneggiato a dover provare che l’insidia era pericolosa per la sua incolumità bensì diventa onere del “custode” dimostrare che il fatto è avvenuto per un “caso fortuito”; concetto bifronte questo, nel quale rientra sia un fattore esterno e imprevedibile, sia la condotta della vittima che, per esempio, potrebbe essersi procurata il danno per mera disattenzione o imprudenza.
Venendo alla neve e al maltempo: difficilmente il custode – passato il tempo strettamente necessario a provvedere – potrà andare esente da responsabilità se la situazione era da lui prevedibile e immaginabile con (largo) anticipo (come recentemente accaduto con le previsioni atmosferiche che avevano annunciato da giorni le abbondanti nevicate).
Quindi, trascorso un periodo corrispondente al tempo strettamente necessario per intervenire – all’interno del quale, non essendoci condotta esigibile – non vi potrà essere rimprovero avente giuridica rilevanza, l’atteggiamento del custode non sarà giustificabile verso la vittima se egli ben avrebbe potuto prevedere e evitare (spargendo o facendo spargere del sale, per esempio, sui marciapiedi, sulle rampe e sulle aree di transito) il ghiaccio oppure ciò che ha provocato la caduta.
Fa da contraltare a quanto appena detto, anche l’analisi della condotta dello stesso danneggiato al quale è imposto di non affrontare “temerariamente” condizioni avverse. Una passeggiata sul ghiaccio (ben visibile), e con -10°, da parte di un’anziana signora, con borsa della spesa a seguito, sarà perciò difficilmente invocabile a titolo di responsabilità dalla malcapitata, soprattutto se, qualche metro più in là, vi era per esempio un transito libero e senza pericolo. Di converso potrà fondare responsabilità del custode una caduta su di una lastra presente da giorni, coperta da neve, magari sulla quale altri sono caduti il giorno prima, costituente unico punto di transito.
Come sempre, ogni problema necessita della sua specifica soluzione.

La Corte di Cassazione, con l’ordinanza 9294 del 2018, pare in qualche modo fare un passo indietro rispetto al principio recentemente affermato nel 2017, circa le modalità di determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del coniuge “economicamente più debole” (Cass. sent. n. 11504/17 del 10.05.2017 secondo la quale l’assegno non deve essere più determinato in base al tenore di vita che la coppia aveva durante il matrimonio, ma in ragione «dell’indipendenza o autosufficienza economica» dell’ex coniuge che lo richiede.
Il focus quindi, con questa decisione, torna a considerare la disparità dei redditi (o anche solo delle capacità di reddito) dei due coniugi per giungere a valutare l’assegno in ragione del tenore di vita goduto durante il matrimonio.
Prendendo le mosse da un caso nel quale il marito, avendo avuto una drastica riduzione del suo reddito, ed un altro figlio da mantenere, domandava ridursi l’assegno liquidato a titolo di contributo al mantenimento della moglie, pari a € 1000, nonostante l’ex coniuge fosse percettrice di reddito da lavoro dipendente (tanto da poter fruire di una donna delle pulizie per qualche ora alla settimana) e avesse ricevuto l’assegnazione della casa familiare, la suprema Corte, nell’ordinanza 9294 del 2018, afferma che, proprio in ragione dell’eccessiva differenza, in termini economici, fra i redditi dei due coniugi (il marito “al di là di quanto formalmente dichiarato al fisco” è stato considerato titolare di notevole capacità reddituale essendo commercialista da oltre vent’anni nonché docente in corsi di formazione) fosse da confermare l’assegno a favore della moglie, e rigettare la richiesta del marito

Lo studio si occupa di richiedere, ed ottenere (in presenza di presupposti), il risarcimento del danno in ipotesi di gravi infortuni sul lavoro.
In queste situazioni, qualora vi sia la responsabilità del datore di lavoro (solitamente assicurato) o di un soggetto terzo (spesso anch’egli assicurato), la differenza fra quanto corrisposto da INAIL per danni patrimoniali e non, e quanto effettivamente subito dal lavoratore infortunato può essere oggetto di risarcimento.
In questa prospettiva occorre pertanto valutare le conseguenze biologiche e patrimoniali dell’incidente e poi ricavare, per differenza, appunto, sottraendo l’indennizzo INAIL, l’importo residuale ancora a favore del lavoratore.

https://www.altalex.com/documents/news/2016/09/01/danno-differenziale-le-linee-guida-della-cassazione